Artemis II porta nello spazio frammenti di midollo osseo di un astronauta in un esperimento senza precedenti

La missione Artemis II ha trasportato nello spazio quattro frammenti di organi umani sviluppati da cellule di midollo osseo donate dagli stessi astronauti. I dispositivi Esses, grandi all’incirca quanto una chiavetta USB, hanno viaggiato all’interno di un contenitore triangolare nella capsula Orion insieme all’equipaggio composto da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch, Nasa e Jeremy Hansen, dal Agenzia spaziale canadese.
L’esperimento AVATAR cerca di registrare in tempo reale come i tessuti reagiscono alle radiazioni e alla microgravità nello spazio profondo. I chip funzionano come avatar biologici che consentono osservazioni dettagliate dei cambiamenti cellulari senza fare affidamento esclusivamente sui test effettuati dopo il ritorno.
- I chip sono stati creati con cellule progenitrici estratte da campioni piastrinici donati dai quattro membri dell’equipaggio.
- L’attenzione principale è rivolta alle risposte immunologiche del midollo osseo, un organo sensibile all’esposizione radioattiva.
- La metà dei chip è rimasta a terra come controllo per il confronto dopo la missione.
I chip di organi simulano le risposte del corpo umano
I ricercatori mirano a identificare con precisione quando e dove si verificano i cambiamenti nei tessuti durante il viaggio. La tecnica utilizza il sequenziamento dell’RNA a cellula singola per analizzare migliaia di geni in ciascun campione. Il metodo Esse offre dati più granulari rispetto ai test tradizionali effettuati sull’equipaggio dopo il volo.
La scelta del midollo osseo è giustificata dalla sua funzione nella produzione di cellule del sangue e dalla sua sensibilità agli agenti che danneggiano il DNA, come le radiazioni spaziali. I risultati potrebbero indicare come il sistema immunitario reagisce in condizioni estreme.
L’equipaggio raccoglie dati aggiuntivi durante il volo
Mentre i chip registrano i cambiamenti nei tessuti, gli astronauti eseguono un monitoraggio continuo con sensori di radiazioni e dispositivi che tracciano i segni vitali. Amostras di saliva e altri biomarcatori vengono raccolti in diverse fasi della missione per valutare possibili riattivazioni di virus latenti.
L’insieme degli esperimenti copre anche aspetti come il sonno, la cognizione e l’equilibrio. Todos Questi dati aiutano a costruire un quadro più completo degli impatti dello spazio profondo sull’organismo umano.
Orion trasporta anche apparecchiature che misurano l’esposizione alle radiazioni accumulate lungo il percorso che circonda Lua. I dati di Esses verranno incrociati con l’analisi dei chip alla fine del viaggio.
Obiettivi di studio AVATAR per missioni future
I chip ritornano a Terra per analisi di laboratorio che confrontano il tessuto esposto allo spazio con campioni di controllo mantenuti in condizioni terrestri. Gli scienziati sperano di mappare accuratamente i cambiamenti causati dalla combinazione di radiazioni e assenza di gravità.
Queste informazioni servono come base per sviluppare trattamenti personalizzati che tutelino la tua salute durante i viaggi più lunghi. Il midollo osseo funge da indicatore precoce dello stress immunologico, facilitando gli interventi preventivi.
Monitoraggio del riadattamento dopo il ritorno
Dopo l’ammaraggio, l’equipaggio sarà sottoposto a valutazioni dettagliate della mobilità, della forza muscolare e dell’adattamento alla gravità terrestre. I protocolli includono test della vista e della funzionalità nervosa che completano le registrazioni ottenute in orbita.
L’esperimento fa parte del più ampio programma di misurazioni standardizzate del volo spaziale umano. I dati accumulati contribuiscono a pianificare soggiorni prolungati presso basi lunari o viaggi interplanetari.
Progresso tecnologico nella ricerca spaziale
La tecnologia Organ-on-a-chip consente di mantenere in vita i tessuti attraverso canali microfluidici che forniscono nutrienti e rimuovono i rifiuti. Il sistema mantiene una temperatura costante vicina ai 37 gradi Celsius durante tutta la missione.
Questo approccio rappresenta un passo importante verso la comprensione individualizzata degli effetti dello spazio su ciascun astronauta. I risultati iniziali dovrebbero essere rilasciati nei mesi successivi alla restituzione della capsula Orion.




