Arrestato il sospettato di aver pianificato la morte del figlio con ChatGPT; i giuristi analizzano le implicazioni dell’intelligenza artificiale

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prisão - Hari Sucahyo/Shutterstock.com

Un uomo di 36 anni è stato arrestato a Espírito Santo con l’accusa di aver ideato un piano per uccidere il proprio figlio di 8 anni. L’obiettivo sarebbe quello di evitare di pagare gli alimenti all’ex compagna. Le indagini sono iniziate dopo che OpenAI, creatore di ChatGPT, ha rilevato i messaggi degli utenti che descrivevano in dettaglio il piano criminale e ha segnalato i dati alle autorità americane.

L’FBI, a sua volta, ha trasmesso le informazioni al Ministero della Giustizia brasiliano, che le ha trasmesse alla Polizia Civile di Espírito Santo. Il mandato d’arresto è stato notificato il 19 giugno, nella zona rurale di São Gabriel da Palha, situata nel nord-ovest dello Stato. La Polizia Civile ha riferito che, interagendo con l’intelligenza artificiale, il sospettato ha menzionato la sua intenzione di assumere un sicario e ha fatto riferimento ad armi, corde e sostanze velenose. Secondo quanto riferito, avrebbe anche espresso il desiderio di effettuare attacchi contro istituzioni come scuole, chiese ed enti pubblici.

L’individuo è stato sottoposto ad arresto preventivo e perquisizione e sequestro, con le indagini della polizia ancora in corso.

L’episodio porta alla luce diverse questioni giuridiche complesse, come la natura riservata delle conversazioni con l’intelligenza artificiale, la possibilità di utilizzarle come prova legale e se la semplice pianificazione di un crimine possa comportare una responsabilità penale.

Per fare luce su questi ed altri aspetti, il portale ha ascoltato lo specialista in diritto digitale, Luiz Augusto Filizzola D’Urso, e la penalista Maíra Beauchamp Salomi.

Valutazione giuridica sulla pianificazione di un reato e responsabilità penale

La penalista Maíra Salomi chiarisce che, come regola generale, la semplice pianificazione di un atto criminale non genera responsabilità penale.

Si precisa che il processo di un reato, noto come *iter criminis*, si articola in quattro fasi: esame, atti preparatori, esecuzione e consumazione del reato.

L’avvocato spiega che la cogitazione, che consiste nell’idealizzazione mentale del reato, non interessa al diritto penale. Poi vengono le azioni preparatorie, come l’acquisizione di strumenti, l’analisi del luogo o la formulazione del modo migliore per commettere l’atto. Anche tali condotte, di regola, non sono punibili, salvo quando vi sia una specifica previsione di legge.

L’imputazione penale avviene solo quando l’agente supera questa fase e comincia a porre in essere la condotta criminosa prevista dalla legge.

Nel caso specifico di un omicidio, ad esempio, la responsabilità inizia nel momento in cui viene eseguito il verbo “uccidere”, andando oltre la semplice pianificazione o preparazione della morte della vittima.

Per questo, il penalista afferma che la mera pianificazione di un delitto raramente avrà rilevanza in ambito penale. Evidenzia inoltre che il codice penale stabilisce che la regolazione, l’accertamento, l’istigazione e l’assistenza a un reato sono punibili solo se il reato giunge, almeno, alla fase del tentativo.

D’Urso sottolinea però che, nel caso specifico, questo sarà uno dei temi cruciali al vaglio della Magistratura.

Secondo l’esperto spetterà al giudice stabilire se le interazioni con l’intelligenza artificiale siano rimaste nell’ambito degli atti preparatori o se abbiano già rappresentato l’inizio dell’esecuzione del reato, scenario in cui potrebbe configurarsi una responsabilità penale.

La validità delle conversazioni con l’intelligenza artificiale come prova nei processi

Maíra Salomi afferma che le conversazioni con strumenti di intelligenza artificiale possono effettivamente essere utilizzate come prova, purché siano soddisfatti i criteri di ammissibilità, autenticità e affidabilità inerenti alle prove digitali.

L’avvocato sottolinea che, come ogni tipo di prova elettronica, le conversazioni sono suscettibili di manipolazione o modifica, il che rende essenziale preservare la catena di custodia.

Bisognerà inoltre verificare la provenienza delle prove, l’autenticità dei messaggi, chi effettivamente utilizzava lo strumento al momento delle conversazioni e se tutto il materiale è stato ottenuto in modo lecito.

Se prodotte e convalidate sotto l’esame di un procedimento contraddittorio, queste interazioni hanno il potenziale per supportare anche una condanna penale.

Il penalista, tuttavia, sottolinea che rimane una sfida significativa: dimostrare la vera intenzione dell’utente quando interagisce con l’intelligenza artificiale in quei dialoghi.

D’Urso aggiunge che le conversazioni con l’intelligenza artificiale possono avere ricadute che vanno oltre l’ambito penale.

Nell’analisi dell’esperto, anche se il contenuto non è sufficiente a costituire reato, può supportare altre decisioni giudiziarie, come misure di protezione dei minori, comprese le questioni relative all’affidamento, ogni volta che la Magistratura identifica un rischio concreto dimostrato dalle conversazioni.

Diritti ChatGPT per condividere le interazioni con le autorità

Secondo D’Urso, OpenAI può infatti condividere le conversazioni degli utenti con le autorità, purché tali azioni rispettino le condizioni stabilite nei termini di utilizzo della piattaforma.

L’avvocato spiega che ChatGPT garantisce la riservatezza delle conversazioni davanti a terzi, ma prevede anche circostanze specifiche in cui OpenAI può avere accesso a questi contenuti. Queste condizioni includono il miglioramento dei modelli di intelligenza artificiale e delle situazioni che mettono a rischio la vita o l’integrità fisica di qualsiasi persona.

In questi scenari, precisa, la società ha la prerogativa di trasmettere le informazioni agli organi competenti a tutela di un bene giuridico ritenuto superiore: la vita.

Obbligo di OpenAI di denunciare il caso alle autorità

Secondo la valutazione di D’Urso non vi era alcun obbligo legale per OpenAI di denunciare il caso alle autorità.

Spiega che, nell’attuale legislazione brasiliana, non esiste alcuna regola che imponga alle aziende che sviluppano l’intelligenza artificiale l’obbligo di allertare le autorità quando identificano rischi per la vita o la salute dei propri utenti o di terzi.

Questa decisione, quindi, spetta alla politica interna di ciascuna azienda, in base alle sue condizioni di utilizzo.

Per quanto riguarda OpenAI, l’avvocato chiarisce che la società ha scelto di includere contrattualmente questa possibilità, scelta che ritiene opportuna vista la gravità delle situazioni che si possono presentare.

Analisi dell’impatto della tesi STF sulla responsabilità delle piattaforme digitali nelle IA

Un altro punto di discussione generato dal caso riguarda la recente tesi affermata dalla Corte Suprema Federale, che ha ampliato le circostanze in cui i fornitori di applicazioni internet possono essere ritenuti responsabili per contenuti illeciti pubblicati da terzi, rendendo più flessibile la tutela precedentemente offerta dall’articolo 19 del Marco Civil da Internet.

Tuttavia, D’Urso sottolinea che questa comprensione attualmente non si applica direttamente all’intelligenza artificiale conversazionale, come ChatGPT.

Ciò è dovuto al fatto che la decisione della STF è stata elaborata sulla base di piattaforme che ospitano e diffondono contenuti creati dagli utenti ad altri utenti, una dinamica che differisce dagli strumenti di intelligenza artificiale generativa.

L’esperto, tuttavia, valuta che questa realtà potrebbe cambiare in futuro. Man mano che l’intelligenza artificiale espande le sue funzionalità e inizia ad assumere ruoli più simili a quelli delle tradizionali piattaforme digitali, i dibattiti sulla responsabilità civile su Internet potrebbero, infatti, includere anche questo tipo di servizi.

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