Due forti terremoti, di magnitudo 7,2 e 7,5, si sono verificati in Venezuela questo mercoledì (24), separati da un breve intervallo di 39 secondi. L’evento riaccende il dibattito sull’alta frequenza e intensità dei terremoti nella nazione. L’area in cui si trova il Paese si trova su un confine tettonico molto attivo, tra la placca caraibica e quella sudamericana, condizione che, secondo i ricercatori, rappresenta un pericolo costante di grandi terremoti.
La geologia complessa spiega la vulnerabilità sismica del Venezuela
Il Venezuela ha una configurazione geologica unica, considerata una delle più intricate dell’intero continente sudamericano. Sebbene non si trovi all’interno del famoso Anello di Fuoco del Pacifico, un’area responsabile di circa il 90% dell’attività sismica globale, la regione settentrionale del paese è posizionata direttamente al confine tra la placca caraibica e la placca sudamericana. In questa zona grandi masse della crosta terrestre si muovono gradualmente, generando un accumulo di tensioni che può durare decenni o secoli prima di essere improvvisamente liberate in eventi sismici.
Ciò che abbiamo visto di recente è stato un evento ancora più raro e straordinario. Gli esperti hanno definito le scosse come un “doppietto terremoto”, un evento raro in cui due scosse significative colpiscono la stessa area in pochi secondi. Pubblicazioni internazionali come Reuters e The Wall Street Journal hanno riferito che l’impatto iniziale ha cambiato le tensioni nella crosta terrestre, provocando quasi immediatamente un secondo terremoto, più intenso.
Come si muovono le placche tettoniche e come si uniscono le faglie
La spiegazione di questo fenomeno geologico è oggetto di studi scientifici da diversi decenni. La teoria principale che spiega l’attività sismica in Venezuela è stata dettagliata in un’indagine del 1997, condotta da ricercatori dell’Università Simón Bolívar, con sede a Caracas. I geologi responsabili di questo lavoro hanno esaminato migliaia di piccoli terremoti avvenuti tra il 1980 e il 1995, arrivando alla conclusione che la zona si trova al confine tra la placca caraibica e quella sudamericana.
Come sottolineato dagli stessi esperti, le placche si spostano di circa 20 millimetri all’anno. Tuttavia, questo spostamento non è continuo. L’attrito costante provoca il blocco delle principali faglie geologiche per periodi prolungati. Durante questi blocchi, le placche persistono nel loro tentativo di muoversi, il che porta all’accumulo di deformazioni e tensioni nelle formazioni rocciose. Quando questa resistenza viene finalmente superata, si verifica una rottura improvvisa, che libera una grande quantità di energia sotto forma di terremoti.
Lo studio ha inoltre indicato che la maggior parte di questo movimento tettonico viene assorbito da tre importanti sistemi di faglie. Questi sistemi, conosciuti come Boconó, San Sebastián ed El Pilar, sono storicamente associati ai terremoti più significativi mai documentati in Venezuela.
Le misurazioni GPS hanno confermato che l’area di confine tra le piastre rimane “bloccata”. A più di vent’anni di distanza dalla prima ricerca, una nuova analisi, nel 2021, ha corroborato l’ipotesi originaria utilizzando risorse tecnologiche molto più sofisticate. Scienziati della Pennsylvania State University, dell’Università di Grenoble Alpes e dell’Università delle Indie Occidentali hanno pubblicato uno studio approfondito sulla rivista “Tectonics”, basato su dati GPS ad alta precisione e immagini radar satellitari (InSAR).

