La condanna a morte di una donna di 43 anni in Iran ha provocato intense discussioni sui social media, sollevando interrogativi sulle motivazioni giudiziarie e sulla serie di esecuzioni legate alle proteste antigovernative avvenute nel gennaio 2026 nella Repubblica islamica. Rapporti di Iran Human Rights (IHR) e Nazioni Unite indicano che l’Iran ha già giustiziato almeno 27 persone direttamente collegate alle manifestazioni.
Leila Abolhasani, identificata come la donna in questione, è in attesa di esecuzione per impiccagione dopo essere stata condannata con l’accusa di “Moharebeh”, termine che significa “inimicizia contro Dio”.
Mentre la famiglia di Leila dichiara con video e foto che il suo unico reato è stato aver filmato un negozio incendiato durante le proteste, il tribunale iraniano sostiene che lei è stata responsabile dell’incendio, che ha portato alla condanna a morte. Tuttavia, nessuna prova contro di lei è stata resa pubblica.
Leila si è difesa dalle accuse, negando la partecipazione. Secondo i suoi parenti, è stata arrestata mentre documentava l’incendio del negozio Ofogh Koorosh.
Un rifugiato iraniano ha condiviso il suo punto di vista sul caso, affermando che “il suo lavoro avrebbe potuto essere molto efficace nel mostrare al mondo quanto brutale e feroce sia il regime, e non vogliono che il mondo veda la verità”. Ha aggiunto che “questo è il motivo per cui stanno cercando di giustiziarla. Vogliono che il suo caso serva da lezione a chiunque cerchi di dire la verità sul regime. Vogliono creare paura tra la popolazione in modo che chiunque pensi di rivelare la verità avrà troppa paura per farlo, soprattutto dopo aver visto cosa è successo a lei e alle sue due figlie. Vogliono che le persone rimangano in silenzio e mantengano la verità nascosta per sempre”.
Leila Abolhasani, estetista e madre di due adolescenti, è detenuta nella prigione di Dowlatabad a Isfahan dall’8 gennaio 2026. Non ci sono informazioni disponibili su un compagno.
Attivisti per i diritti umani sottolineano che gli avvocati difensori non hanno potuto accedere pienamente alla documentazione del caso, né hanno avuto il tempo sufficiente per esaminare le prove presentate dal tribunale. Sottolineano che il fatto che Leila abbia due figlie minorenni evidenzia il grave impatto umanitario della sentenza, poiché la sua esecuzione lascerebbe le giovani donne senza madre.
Il caso è stato inviato alla Corte Suprema iraniana per una revisione della sentenza, ma la revoca è insolita nei casi classificati come “Moharebeh”.
Un altro caso di condanna a morte, derivante dalla stessa ondata di proteste, coinvolge la ventenne Taraneh Rahimi. Secondo il gruppo Hengaw e la ONG Human Rights Activists News Agency (HRANA), sarebbe stata accusata di incidenti avvenuti in una piazza di Isfahan che hanno provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.
Dall’inizio del 2026, l’Iran ha registrato più di 900 esecuzioni per vari reati, che vanno dal traffico di droga ad altre accuse politiche.
