La Turchia si prepara a ospitare la COP31 ad Antalya mentre gli Stati Uniti registrano un’assenza senza precedenti dai colloqui sul clima
Due paesi con una forte proiezione globale, la Turchia e gli Stati Uniti, stanno vivendo un notevole contrasto nella diplomazia climatica internazionale. Mentre la nazione turca si prepara a ospitare la prossima grande conferenza delle Nazioni Unite sul clima, gli Stati Uniti hanno registrato un’assenza storica dai negoziati più recenti.
Türkiye assume la sede della prossima COP ad Antalya
La città di Antalya, in Turchia, è stata scelta per ospitare la trentunesima Conferenza delle Parti (COP31), prevista per novembre 2026.
La scelta della nazione ospitante ha comportato una forte concorrenza, con Turchia e Australia in lizza per il diritto di ospitare l’evento per un periodo di oltre tre anni.
È stato raggiunto un accordo senza precedenti in tre decenni di conferenze sul clima, che vede la Turchia come nazione ospitante e presidente formale del vertice, mentre l’Australia guiderà le discussioni sostanziali.
Sarà inoltre prevista una fase preparatoria per una nazione situata nella regione del Pacifico, un’area che storicamente ha sofferto dell’innalzamento del livello degli oceani.
Le sfide interne segnano l’ospite della COP31
Tuttavia, il paese che ospiterà il vertice deve affrontare degli interrogativi, dato che attualmente la Turchia si distingue come uno dei principali emettitori globali di gas serra, spinto da un’economia in rapida espansione e da un conseguente aumento delle emissioni.
La nazione ha confermato l’Accordo di Parigi nel 2021, ultimo membro del G20 a farlo, e ha fissato l’obiettivo di raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2053. Inoltre, ha recentemente promulgato la sua prima legislazione incentrata sul clima, una mossa che segnala un complesso equilibrio tra i suoi obiettivi di sviluppo economico e gli impegni ambientali che il paese ora assume.
Tuttavia, in un’analisi pratica, rapporti indipendenti classificano il piano climatico turco come “criticamente insufficiente”.
L’obiettivo stabilito dalla nazione consente alle emissioni di continuare ad aumentare fino alla fine degli anni ’30, prima di iniziare a ridursi, un ritmo considerato incoerente con le disposizioni dell’Accordo di Parigi.
Uno dei motivi di questa situazione è l’intenso utilizzo del carbone: la Turchia è il principale produttore di elettricità basata sul carbone in Europa, un combustibile che rappresenta una quota considerevole della produzione elettrica del paese, in parte proveniente dalle importazioni.
Allo stesso tempo, il governo ha firmato accordi per l’acquisto di energia da centrali a carbone per un ulteriore periodo, che potrebbero ritardare ulteriormente l’eliminazione di questa fonte dalla matrice energetica turca.
“Nonostante la riconosciuta dipendenza della Turchia dai combustibili fossili, in particolare il carbone, e gli obiettivi climatici considerati modesti dalla comunità internazionale, la traiettoria dei negoziati sul clima indica che progressi significativi non sempre provengono da nazioni già allineate con l’agenda climatica”, spiega Tatiana Oliveira, leader della strategia internazionale presso il WWF-Brasile.
D’altro canto, sono stati notati progressi rilevanti: la produzione di energia eolica e solare nel Paese supera già la media globale e la capacità di stoccaggio delle batterie ha registrato una crescita sostanziale negli ultimi anni.
La Turchia, però, investe anche nell’esplorazione di petrolio e gas e in una centrale nucleare costruita con la collaborazione russa, che, secondo gli esperti, aumenta la sua dipendenza energetica esterna invece di ridurla.
La nazione turca si unisce a un gruppo ricorrente di ospiti di vertici sul clima negli ultimi anni, tra cui Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, paesi segnati da una forte dipendenza dai combustibili fossili o da una storia di restrizioni alle manifestazioni, sollevando preoccupazioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani sulla libertà di azione degli attivisti.
Gli Stati Uniti registrano la prima assenza dalle conferenze sul clima delle Nazioni Unite
Nello scenario opposto, gli Stati Uniti stanno attraversando un periodo significativo nella loro interazione con la diplomazia climatica globale.
Nel gennaio 2025, proprio all’inizio della sua amministrazione, il presidente Donald Trump ha ritirato il Paese dall’Accordo di Parigi, replicando un’azione intrapresa dal suo precedente governo. L’ufficializzazione della partenza è avvenuta un anno dopo l’annuncio iniziale.
Tuttavia, l’atteggiamento è andato oltre il mero ritiro ufficiale dal patto. Per la prima volta dall’istituzione delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite negli anni ’90, gli Stati Uniti non hanno inviato una delegazione ufficiale all’ultimo vertice, ospitato a Belém, in Brasile.
Quasi tutte le altre nazioni, comprese quelle con scarse risorse diplomatiche, erano rappresentate all’incontro, rendendo ancora più evidente l’assenza della delegazione americana.
Questa assenza, come rivelato, non è un episodio isolato. Si allinea con una serie di trasformazioni interne negli Stati Uniti, che includono tagli alle iniziative federali e agli incentivi per l’energia pulita, la revisione delle normative ambientali relative alle emissioni dei veicoli e delle industrie e la chiusura del Dipartimento di Stato responsabile del coordinamento della presenza americana nei negoziati internazionali sul clima.
Di conseguenza, la nazione è rimasta di fatto senza una struttura specifica per difendere i propri interessi in dibattiti di questa natura.
Nonostante tutto, è fondamentale evidenziare che la mancanza di rappresentanza si riferisce al governo federale e non all’intero Paese.
Diversi governatori e sindaci degli Stati Uniti, uniti in una coalizione attiva dal 2017, hanno partecipato all’evento in modo indipendente, dimostrando che una parte della società americana rimane impegnata nell’agenda sul clima, anche senza l’approvazione del governo centrale di Washington.
Inoltre, nonostante le politiche di contenimento del governo federale, il settore dell’energia pulita ha continuato ad espandersi nel Paese per ragioni strettamente economiche: la riduzione dei costi dei pannelli solari e dei sistemi di batterie ha incoraggiato nuovi investimenti, indipendentemente dalla posizione ufficiale della Casa Bianca.
La leadership nella lotta contro il cambiamento climatico trascende la mera capacità diplomatica, richiedendo risultati tangibili, risorse finanziarie, attuazione interna delle politiche e capacità di formare alleanze. Nessun Paese, quindi, sembra in grado di colmare completamente il vuoto lasciato dal ruolo storico degli Stati Uniti, nemmeno l’Unione Europea.

Segnali opposti nella diplomazia climatica globale
L’antagonismo tra le due nazioni aiuta a comprendere l’attuale scenario della diplomazia climatica: da un lato, un Paese pronto a ospitare la prossima grande conferenza, ma ancora molto dipendente dal carbone e da altri combustibili fossili; dall’altro, il più grande emettitore storico di gas serra del pianeta, che ha scelto di dissociarsi formalmente dalle discussioni internazionali sulla questione.
Nel frattempo, gli analisti indicano che la partenza degli Stati Uniti crea un’opportunità per altre nazioni, come la Cina, che ha indirizzato grandi investimenti verso le tecnologie energetiche pulite, per assumere un ruolo di primo piano nella formulazione di linee guida e standard globali per la transizione energetica nei prossimi anni.
La conferenza di Antalya, denominata COP31, rappresenterà la fase successiva di queste discussioni e valuterà la capacità dei paesi di assumere impegni effettivi per eliminare i combustibili fossili, una questione rimasta irrisolta al precedente vertice, tenutosi a Belém.
“In uno scenario globale sempre più polarizzato, la capacità di negoziare e creare convergenze può rivelarsi più cruciale che in qualsiasi altro momento”, aggiunge Oliveira.
















